C’è un momento, mentre sistemi l’orto o il giardino, in cui l’idea di “mettere un telo e non pensarci più” sembra la soluzione perfetta. Lo capisco bene: meno erbacce, meno acqua che evapora, tutto più ordinato. Poi però inizi a notare dettagli strani, piante che stentano, terreno che sotto sembra spento, e ti chiedi dove hai sbagliato.
Il punto: il telo pacciamante in plastica non è neutro
Il classico telo pacciamante in plastica può sembrare una scorciatoia, ma spesso si trasforma in un problema per il suolo, perché cambia in modo drastico ciò che accade lì sotto. La pacciamatura, se fatta bene, dovrebbe proteggere e nutrire. La plastica, invece, tende a isolare.
1) Quando il suolo “non respira” più
Il terreno non è solo “terra”. È un sistema vivo, pieno di scambi invisibili: aria che entra, gas che escono, acqua che circola, microorganismi che lavorano. Con la plastica, questi scambi si riducono molto.
Conseguenze tipiche:
- Scambi gassosi limitati, con meno ossigeno disponibile per radici e microbi utili
- Mineralizzazione della sostanza organica più difficile, quindi nutrienti meno pronti per le piante
- Microclima troppo umido sotto al telo, che può favorire funghi patogeni rispetto a batteri e organismi “amici”
In pratica, sotto la plastica il suolo tende a diventare più “silenzioso”, meno dinamico, meno fertile nel tempo.
2) Compattamento, ristagni e radici in affanno
Un altro effetto poco intuitivo è il compattamento del suolo. Soprattutto in periodi caldi o molto umidi, l’acqua può restare intrappolata, l’evaporazione diminuisce e si crea una zona con rischio di stagnazione.
Cosa può succedere alle piante:
- Le radici cercano ossigeno e non lo trovano a sufficienza
- Aumenta lo stress radicale, fino a asfissia radicale
- Nei casi peggiori compaiono parti scure, marciumi e necrosi
Questo si vede spesso con orticole sensibili e con giovani piante appena trapiantate, che hanno bisogno di un terreno soffice e arioso per partire bene.
3) Il problema che resta anche quando il telo sparisce
Qui arriva la parte più insidiosa: la plastica non è eterna, ma non scompare davvero. Con sole, sbalzi di temperatura e lavorazioni, tende a frammentarsi, lasciando residui nel suolo sotto forma di microplastiche.
Perché è un guaio concreto?
- queste particelle modificano la struttura del terreno, alterando porosità e aggregati
- possono ridurre la capacità del suolo di trattenere e stabilizzare carbonio
- a concentrazioni elevate, diversi studi osservano effetti negativi su organismi chiave come i lombrichi, con cali marcati nella loro attività e riproduzione
E quando i lombrichi rallentano, spesso rallenta tutto: aerazione, fertilità, trasformazione della sostanza organica.
4) Il calore: quando il telo “cuoce” il trapianto
In estate, o in pieno sole, la plastica può surriscaldarsi molto. Se i fori sono piccoli e il colletto della pianta resta a contatto con la zona calda, il risultato può essere sorprendentemente rapido: scottature, tessuti che seccano, crescita bloccata. È uno di quei danni che sembrano misteriosi, finché non tocchi il telo e capisci.
Quando evitarlo (e quando rimuoverlo senza esitazioni)
Se vuoi una regola semplice e pratica, eccola:
- evita il telo in estate e durante fasi molto calde
- evita l’uso prolungato in periodi di umidità elevata o su terreni già pesanti
- se lo hai già steso, valuta di rimuoverlo tempestivamente quando la coltura è in pieno sviluppo e il rischio di surriscaldamento o ristagno aumenta
Alternative organiche: la pacciamatura che migliora davvero il suolo
La buona notizia è che puoi ottenere gli stessi vantaggi, meno erbacce e più umidità, senza “spegnere” il terreno. Alcune opzioni affidabili:
- Paglia o sfalci d’erba (meglio leggermente appassiti): ottimi per orto, fragole, zucche, aiutano anche a creare humus
- Foglie secche o cippato: migliorano porosità e ritenzione idrica, ideali per aiuole e perenni
- Segatura o trucioli ben maturi: utili nel lungo periodo, meglio bilanciare con materiale ricco di azoto e non usare prodotti freschi
- Corteccia o pigna: perfette per piante perenni e acidofile, con decomposizione più lenta
Se vuoi un criterio di scelta, pensa così: più il materiale è “morbido” e fine, più nutre in fretta; più è legnoso, più dura e struttura.
Alla fine, la pacciamatura migliore è quella che ti fa trovare, mese dopo mese, un terreno più scuro, soffice e vivo. Se sotto senti odore buono e vedi vita, stai andando nella direzione giusta.




